Rinnovabili – Europa Avanti Tutta. E l’Italia?

Il nostro Paese ancora mostra Reticenze, ritrosia verso un’energia pulita e che abbassa i costi

Secondo quanto riportato da EMEBER, un think tank indipendente, nel report annuale sul settore della produzione di energia in Europa, per la prima volta, nei primi sei mesi del 2020 le energie rinnovabili prodotte hanno superato quelle fossili. Tutte insieme, quella solare, eolica, idroelettrica e da biomasse, hanno generato da sole il 40% dell’energia elettrica necessaria, surclassando quella di origine fossile che si è attestata al 34%. Francamente è un risultato straordinario, frutto delle politiche comunitarie che hanno spinto gli Stati al sostegno di interventi e investimenti nel settore dell’energia verde e finanziato la ricerca e lo sviluppo di sistemi sempre più efficienti per la produzione di energia.

L’Italia non accetta ancora l’evoluzione verso l’energia solare

Nel dettaglio, si nota come rispetto al primo semestre del 2019 la produzione di energia da rinnovabili è aumentata dell’11%, dovuta alla crescita dell’eolico e del solare, che la fanno da padroni in nazioni come la Germania, la Danimarca e, soprattutto, l’Irlanda.

In questo scenario comunitario vediamo come si colloca l’Italia e quali sono le politiche attive nel settore. Fino al 2018 l’Italia rispetto alla domanda energetica era terza per contributo delle green energy e seconda per produzione elettrica verde, con una copertura del 17.8% del fabbisogno nazionale di energia. In questo modo è stato raggiunto prima della scadenza del 2020 l’obiettivo che l’Europa aveva assegnato al nostro paese: il 17%. Nel 2018 l’Italia era l’unica, tra le grandi nazioni europee, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, ad aver superato il proprio target fissato da Bruxelles. Dobbiamo, però fare una riflessione: il volume complessivo di energia verde prodotta si inserisce in un contesto economico di crisi che ha visto ridurre il fabbisogno nazionale ben dell’8,5% al 2018.

Al momento non esistono dati certi sull’andamento della crescita o meno della produzione di rinnovabili in Italia. Certamente sappiamo che l’obiettivo fissato dall’UE per il 2030 di ottenere da fonti green il 32% del fabbisogno comunitario è ancora lontano e molto complicato da raggiungere sia per noi che per gli altri stati europei. Altrettanto sicuramente possiamo affermare che gli investimenti in rinnovabili in Italia hanno subito un importante arresto dovuto alla drastica riduzione degli incentivi, ad una modifica non espansiva della normativa di riferimento, alla crisi finanziaria che comunque si è palesata più forte che mai, fino alla pandemia corrente che ha definitivamente bloccato e fatto abortire sul nascere qualsiasi iniziativa volta a consentire la crescita dell’economia green in generale.

Anche l’intervento recente dell’Ecobonus 110% che considera tra gli interventi ammissibili anzi “trainanti” la Pompa di Calore con Fotovoltaico e Solare Termico, viene osservata con diffidenza, per via della scarsa conoscenza propensione alle energie rinnovabili.

Attualmente bisogna partire dal Piano nazionale integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC), già approvato in sede comunitaria, seppure con osservazioni e proposte, che prevede una nuova serie di possibili obiettivi nazionali per il 2030, tra cui il 30% dei CFL complessivi prodotti da FER (Fonti Energia Rinnovabili): ben 13 punti in più al 17% che era stato fissato precedentemente per il 2020. A Luglio 2019 sono stati rinnovati i preesistenti meccanismi di incentivazione delle FER (il cosiddetto FER 1), introducendo per la prima volta un sistema di competizione, concorrenza, intertecnologica e incentivando il fotovoltaico, l’eolico, l’idroelettrico ed i gas di depurazione. Le biomasse sono trattate a parte. Senza entrare nel dettaglio del funzionamento di questo nuovo sistema, posso affermare che si è creato un metodo per spingere gli operatori ad individuare tecnologie sempre più sofisticate per poter offrire condizioni migliori per i gestori in sede di asta. Se questo è meritorio per un verso  e pur vero che solo colossi possono partecipare ad un simile livello di competizione, escludendo piccoli e medi operatori che sono destinati in un tempo abbastanza breve a scomparire. Il pericolo è quello solito di favorire la creazione di cartelli che poco hanno a che fare con la concorrenza di un mercato equo.

Staremo a vedere. Anche a seguito della pandemia da COVID-19, infatti, gli scenari sopra enunciati potrebbero essere soggetti ad importanti variazioni alla luce dei fondi che l’UE ha riservato all’Italia con il Recovery Fund.

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