Moda e Agenda 2030 – Capitolo I

Il primo ed unico, al momento, museo internazionale della moda sostenibile, localizzato ad Amsterdam, ha effettuato uno studio in cui stima che entro il 2030 il consumo di abbigliamento crescerà del 65% con un aumento corrispondente del consumo di acqua del 49% e del 63% di maggiori emissioni. La moda come risponderà alle problematiche evidenziate? Vediamo quali possono essere le risposte che potrebbero cambiare la maniera di pensare alla moda ed al sistema produttivo e commerciale che porta con se. La sostenibilità ambientale che deve pervadere necessariamente ed indirizzare tutte le politiche industriali e commerciali del futuro prossimo, permeerà anche il settore moda. Vediamo come si declinerà tale fenomeno.

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Il nostro armadio diverrà sostenibile, pieno di capi  presi in affitto o condivisi; in tal modo si ridurrà la domanda e, quindi, la produzione di capi nuovi, aprendo un grande, enorme mercato di capi riciclati. Attualmente solo il 25% di 5,8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili scartati in Europa vengono in qualche modo riciclati. Bisogna che si dia più spazio all’accesso ai beni ed ai servizi piuttosto che al consumo ed al possesso. Il concetto di sharyng economy diventa strategico, quindi, anche nel modo del fashion: delle start up stanno li a dimostrare quanto sia vero ed attuale questo modello di economia. La più famosa è Renttherunway, creata da due neolaureate americane, che ha riscosso un successo inaspettato già dal lontano 2009: un progetto veramente dirompente con i suoi nove milioni di utenti che possono noleggiare abiti firmati e non di ben 600 brand, Il fenomeno si è esteso poi in tutto il mondo, con innumerevoli piattaforme che testimoniano la crescente domanda di condivisione di capi di abbigliamento.

Il nostro armadio vedrà riempirsi anche di abiti vintage o preloved, sempre più richiesti dai millennials. Pensate che il giro d’affari che si prevede sia imputablie a questo settore raggiungerà il valore di 51 miliardi di euro entro il 2023. Sono innumerevoli le azioni e le iniziative che vedono la promozione di abbigliamento vintage su siti online in tutto il mondo occidentale. Anche le case di moda si stanno interessando al ricco mercato del preloved. Un esempio in tal senso lo offre Burberry che dal 2018 non distrugge più gli abiti invenduti e ha sperimentato una formula di premialità nei prossimi acquisti a favore di coloro che rivendono sul sito dell’azienda abiti della stessa maison che altrimenti avrebbero cestinato o distrutto. Un altro esempio eclatante è dato dal marchio H&M che sta investendo dal 2015 in una start up SELL PAY, una piattaforma di recommerce cioè una rivendita di abiti ed accessori.

Le grandi maison, quindi, non frenano lo sviluppo di progetti che vanno nella direzione del prolungamento della durata degli abiti anzi partecipano attivamente con investimenti strategici anche importanti; d’altronde sono coscienti che tale fenomeno non è di freno ma bensì di supporto alla realizzazione di collezioni originali e inedite.

Il nostro armadio nel 2030 vedrà riempirsi di abiti che saranno fatti di fibre e materiali innovativi che supereranno il poliestere, prodotto della filiera del petrolio, che l’ha fatta da padrone negli ultimi decenni quale principale materia utilizzata nel confezionamento di abbigliamento. L’econyl, nylon rigenerato dai rifiuti plastici recuperati negli oceani, sarà sempre più impiegato così come Orange Fiber, usata da Salvatore Ferragamo o H&M in una linea particolare, ottenuta dagli scarti di lavorazione delle arance. E poi, ancora, vegan sneakers prodotte con pignatex, alternativo alla pelle prodotto con le foglie di ananas, oppure in un  prossimo futuro scarpe in cuoio frumat, ottenuto dai torsoli e dalle bucce delle mele, oppure capi prodotti in microtex, derivato dalle radici dei funghi, o filati, molto simili al cotone, ricavati dalla cellulosa proveniente dai frutti di kapok. Insomma la ricerca avrà anche nel campo della moda un ruolo sempre prioritario nell’indirizzare scelte e tendenze degli stilisti.

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