Ricerca e Sviluppo 2021

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Un quadro preciso dello Stato attuale

Nel 2018 è il settore privato la principale fonte di finanziamento della spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) con ben 14,1 miliardi di euro, pari al 56% della spesa complessiva nazionale (25,2 miliardi di euro)1

Nel 2018 l’incidenza della spesa nazionale in R&S è pari al 1,43% del PIL2.In Europa l’obiettivo prefissato per il 2020 è quello di raggiungere il 3% del PIL. L’Italia, invece, si è posta l’obiettivo di raggiungere l’1,53 del PIL. Soltanto uno 0,10% in più rispetto al 2018. La legge di stabilità 2019 va esattamente nella direzione di un risparmio del sostegno pubblico ed in una rimodulazione dei finanziamenti al comparto della R&S delle aziende italiane. Il Sud Italia rimane ancora sufficientemente sostenuto mediante lo strumento del credito di imposta sulle attività di R&S, mentre il resto della nazione subisce un ridimensionamento che ha il sapore di un disinteresse profondo verso la cultura di impresa che caratterizza tutto il sistema produttivo nazionale: è la filiera che consente a questa nazione di galleggiare sul mare sconfinato ed in burrasca dell’economia mondiale. C’è da dire che vi è una forte disparità nella distribuzione delle spese in R&S tra il Centro Nord ed il Sud dell’Italia. Il meridione di Italia, che ha, però, un numero inferiore di imprese, investe nel 2018 soltanto una quota del 14,6 % della spesa nazionale in R&S; nel resto di Italia l’85,4% e, per di più, concentrato in cinque regioni: Lombardia (20,6%), Lazio (13.7%), Emilia Romagna (13,0%), Piemonte (11.8%) e Veneto (9%).3

Da questi dati, non freddi ma che contengono argomentazioni ben definite, si possono trarre alcune considerazioni. Intanto lo Stato per il 2020 ha deciso di sostenere, se non in modo insoddisfacente, per usare un eufemismo, quella che è la vera forza, il motore della industria e della manifattura, ovunque essa sia: la capacità di innovare sia i prodotti che i processi produttivi mediante il ricorso alla ricerca applicata ed a quella precompetitiva. Al Sud sono state previste misure che comunque tagliano di un 5% i finanziamenti per le micro e le piccole imprese, via via riducendo le aliquote man mano che cresce la dimensione dell’azienda. Gli imprenditori del Centro-Nord hanno visto ridotto, tagliato, il contributo fino a percentuali che raggiungono il 6% e, per giunta, da beneficiare in tre ratei triennali! Ne discende che il sistema paese, tutto, è stato lasciato in balia della propria capacità di ricorrere all’autofinanziamento delle attività di R&S. Comprenderete che il 2020, con l’arrivo della pandemia da Covid 19, ha visto ridurre sensibilmente la attività di R&S delle imprese. A questa emergenza lo Stato ha risposto estendendo i benefici rivolti alle aziende del Sud anche alle imprese residenti nelle Regioni interessate dal sisma di Amatrice: Lazio, Umbria e Marche. Come se nelle altre aree del paese il Covid 19 non esistesse o, meglio, interessasse popolazioni ed imprenditori ricchissimi, in grado di consumare i prodotti innovativi prodotti nelle zone più finanziate del SUD Italia. E’ una visione dello sviluppo e della crescita dell’industria nazionale disorganica, indifferenziata tra i vari settori, che per giunta mette in un unico calderone gli ambiti speciali, dettati dall’Unione Europea, insieme a quelli caratteristici dell’industria e della manifattura italiana. Non fa distinzione, se non nella misura dei contributi, tra micro/piccole imprese e medio/grandi. Non analizza dettagliatamente i bisogni e le opportunità che emergerebbero se guardasse al mondo imprenditoriale con la dovuta riconoscenza. Come si fa a non tener conto dell’aumento della spesa in ricerca sperimentale rispetto alla ricerca applicata ed a quella scientifica: cioè in attività più prossime all’industrializzazione, significando ciò che esiste una significativa capacità degli imprenditori di produrre velocemente ricchezza e, quindi, PIL nazionale.

La legge di stabilità 2021, scritta in piena pandemia, ha escluso nuovamente le regioni Lazio, Umbria e Marche dal regime agevolativo previsto per il SUD ( rimasto come quello del 2020) ed elevando per le imprese del Centro-Nord di italia le percentuali di credito di imposta ammissibile per le spese di R&S al 20% per la sola attività di ricerca scientifica e applicata, al 10% per l’innovazione tecnologica, per il design e l’ideazione estetica, al 15% per Innovazione tecnologica finalizzata alla realizzazione di prodotti o processi di produzione nuovi o sostanzialmente migliorati per il raggiungimento di un obiettivo di transizione ecologica o di innovazione digitale 4.0.

Potrei veramente continuare con altre osservazioni sullo stato del sostegno statale in Italia alla attività di R&S condotte dalle imprese private nazionali. Ritengo a questo punto  che siano sufficienti le considerazioni espresse per definire il quadro ottenuto come desolante ed avvilente. Non si possono abbandonare migliaia di imprenditori a confrontarsi con quelli delle altre nazioni sviluppate, che, invece, sono sostenuti dallo Stato con misure e strategie molto più convincenti ed efficienti delle nostre. Si dovrebbe aumentare  la quota di contributo per il credito di imposta per le aziende del Sud e riportare le aliquote per le aziende del Centro – Nord ai valori del 2018. Si dovrebbe raddoppiare il valore dell’intervento dello Stato nella R&S privata e pubblica. L’obiettivo del 3% del PIL, richiamato all’inizio del presente articolo, dovrebbe essere un punto di partenza e non di arrivo. Bisogna realizzare strategie e programmi attuativi che abbiano un respiro di medio lungo termine, guardando all’impresa con rispetto e non in primis come evasore (che è sempre da punire, sicuramente), come l’unica l’alternativa ad uno stato ingombrante, inefficente ed oppressore, come agevolatrice della sburocratizzazione dello stato che, finalmente libero, potrà dedicarsi alla gestione delle materie che ad esso rimarranno (es. sicurezza, infrastrutture, approvvigionamenti energetici, salute, scuola, etc).

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