Tanti “Se” non Producono nulla di buono: l’inadeguadetezza della politica

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Ormai è diventato un paradigma costruire ed argomentare proposte, soluzioni, progetti e prospettazioni condizionando, quasi suggestionando lo sfortunato auditore o lettore della strada o meno, ogni cosa a eventi, casi, episodi e circostanze prevedibili ed imprevedibili. In tal modo si generano patti e riserve che sembrerebbero dare l’idea di aver realizzato un qualcosa di assolutamente equilibrato e inattaccabile mentre, invece, l’incertezza e la paura di un di un futuro nebuloso costringono l’ideatore ed estensore delle proposte a farcire di se e ma il proprio lavoro.

Premetto che la capacità di prevedere e considerare scenari è, a mio avviso, una qualità che ritengo imprescindibile possedere per chi vuole interessarsi della res pubblica, dal primo cittadino fino all’ultimo. E’ proprio dello statista, cioè dell’uomo politico che ha conoscenze sia teoriche che pratiche e che riesce a coniugarle con perfetto equilibrio e spiritualità, possedere in subordine e non marginalmente anche la qualità di prevedere e di comprendere come si muove il mondo, le culture, le tradizioni, i sentimenti, le religioni, le tendenze, e cosi via.

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In realtà stiamo assistendo alla rappresentazione teatrale della politica nostrana, ma anche mondiale interpretata, fatte salve rare e nemmeno eccelse eccezioni e per giunta spesso in qualità di comprimari, da personaggi che si elevano al grado di prime donne senza avere la formazione culturale, sociale, psicologica, prima che politica, sufficiente per affrontare le sfide attuali, paragonabili solo a quelle che si prospettarono ai governanti del mondo dopo la fine della seconda guerra mondiale. E, purtroppo, una tale fotografia possiamo scattarla anche in settori diversi da quelli politici; il settore sanitario ne è un esempio. Considerato da sempre come un mondo iconoclasta, da venerare al di la di ogni se e ma, ha dato, invece, di se, ma solo ai massimi livelli, una immagine miserabilmente terrena e povera, a cui si è contrapposta una classe di medici ed operatori del territorio umile, preparata, portatrice di quei valori a cui si sono prestati con il giuramento di Ippocrate. E’ sembrato, ma ancora oggi è così, che i politici ed i ricercatori e scienziati di grido abbiamo reagito dinanzi alla tutela della salute e alla tutela delle condizioni minime di sopravvivenza sociale ed economica alla stessa maniera; hanno assunto posizioni a volte univoche ma il più delle volte contraddittorie o, comunque condizionate e non in grado di dettare linee strategiche, prima che operative, di medio e lungo periodo. In altri termini, il tecnicismo ha prevalso, portando con se tutti i limiti che da esso derivano: mancanza di una visione generale, incapacità di generare soluzioni di ampio respiro, pressapochismo e improvvisazione. I “se” hanno limitato l’adozione di politiche veramente universali lasciando il terreno a misure di breve termine, dettate da contingenze immediate e non costruite su pensieri e ragionamenti quadro, strategici, condivisi. C’è voluto il Covid – 19 per comprendere e prendere coscienza che la classe di governanti attualmente presenti sui vari scenari nazionali, europei e mondiali è veramente poca cosa, non è appropriata, è inadatta, non è libera da condizionamenti e pressioni lobbistiche fortissime. Ci sono sempre stati potentati che hanno cercato di influenzare le scelte di politica ad ogni livello. Tuttavia solo una alta caratura degli uomini a cui è affidato il potere politico è in grado di sviluppare una corazza imperforabile dai dardi scagliati da coloro che intendono tutelare solo interessi particolari e soggettivi. Infatti cos’ non è stato nell’ultimo ventennio che ha visto crescere incontrollato il potere delle istituzioni finanziarie che hanno occupato lo spazio lasciato libero dall’inettitudine del mondo politico. Ad esse si è rivolta la classe politica per giustificare l’adozione di provvedimenti di politica generale; anzi la finanza ha rappresentato la fonte ed il suggeritore nascosto dietro le quinte. E si sa che la finanza si esprime secondo forme di tecnicismo conclamato e necessario, provocando, quando esce dal suo alveo naturale per occuparsi di argomenti non propri, l’adozione di provvedimenti e di azioni non di interesse generale, non per il bene comune ma per l’interesse ed il beneficio di pochi.

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Ed allora è chiaro che bisogna rioccupare lo spazio acquisito dalla finanza attraverso il ricorso a figure politiche umanamente e culturalmente di livello, da individuare nel più breve tempo possibile, e che guidino i popoli secondo i nuovi canoni degli statisti moderni.

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