L’Europa ai tempi del Covid-19

Questa volta voglio affrontare i marosi impetuosi che il mare magnum delle riflessioni sull’unità dell’Europa presenta a chiunque voglia cimentarsi in una impresa simile. Molto umilmente non intendo elevarmi a dissertatore di alto rango o a cultore della materia, ma desidero, comunque, porre l’accento su alcune questioni che, probabilmente, possano offrire spunti per volgere lo sguardo verso lidi più sicuri, benché aperti sul mondo.

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In questi giorni, ma l’ipotesi è sempre stata sottotraccia a volte o spudoratamente declamata in altre occasioni, si è parlato insistentemente di procedere con l’emissione di Eurobond per finanziare la ricostruzione del tessuto economico e sociale degli stati europei colpiti, seppur con intensità diverse, dal COVID-19. E come sempre è stato, è come se si fosse parlato del male assoluto, dell’innominabile di manzoniana memoria, di un ossimoro se separiamo le parole euro e bond. Le varie cancellerie sanno bene cosa comporterebbe autorizzare l’emissione di obbligazioni europee, garantite da tutti gli stati contemporaneamente. Significherebbe un grosso vantaggio in termini di risparmio sui tassi di interesse per gli stati tipo Italia, Grecia, Spagna ed un costo forse superiore nel breve termine ma forse non nel lungo periodo per altri stati, quelli più virtuosi, con a capo la Germania. Per giunta, questa condizione, di tassi comunque molto bassi, si raggiungerebbe non immediatamente ma dopo qualche tempo, almeno un anno, forse due alcuni predicono, comportando un sacrifico per i contribuenti degli stati meno indebitati. In ciò può venirci in soccorso quanto accadde nell’unico caso di una unione tra più stati mai avvenuta: l’unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d’Italia (fonte: Il Sole 24 Ore). Al momento dell’unificazione il Regno di Napoli, con la sua fiorente agricoltura, anche se per lo più latifondista, con una filiera industriale ben avviata, con porti strategici e importanti, si finanziava sui mercati internazionali con tassi intorno al 4,3%, più bassi di ben 140 punti base delle emissioni del regno sabaudo o dello stato pontificio, e addirittura di ben 160 punti base delle emissioni della Lombardia e del Veneto. Il Regno di Napoli, insomma, era assimilabile all’odierna Germania. Dopo l’unificazione, nel 1861 i tassi schizzarono verso l’alto di ben 240 punti base fino a raggiungere nei successivi 9 anni anche i 480 punti base, per via dell’incertezza sul mantenimento effettivo dell’unione. Gli investitori si convinsero che l’Italia ormai era una unione solida allorché nel 1870 fu annessa Venezia e fu trasferita la capitale a Roma. Fu solo allora che i tassi incominciarono a volgere verso il basso.

Il timore, quindi, di dover affrontare una perdita di rating elevato per nazioni come la Germania è certamente reale ma altrettanto sicuramente le incertezze sulla esistenza dell’unione non avrebbero modo di esistere, se non per un breve periodo, a mio avviso, o perlomeno in intervalli di tempo variabili, perché c’è già, al contrario di quanto avveniva ai tempi dell’Unità di Italia, una moneta comune, l’euro, una banca centrale, ed una organizzazione sovranazionale riconosciuta, quale il Consiglio d’Europa. Se l’Unione politica è di la da venire, e non ne vediamo a breve la possibilità, quella del debito europeo comune o, in questa fase, parzialmente comune, è veramente fattibile pur con i tempi che i Trattati consentono allorché debbano essere emendati, come in questo caso. L’emissione di Eurobond, a mio avviso, sarebbe foriera di una stabilità e di una forza economica che l’Europa mai ha avuto nel corso della storia recente, Probabilmente l’euro potrebbe divenire la moneta di riferimento mondiale, scavalcando il dollaro e l’arrembante yuan cinese; il mercato finanziario mondiale potrebbe essere guidato dalla Banca Centrale Europea; gli stati non saranno più soggetti alle influenze imperialistiche russe, cinesi o americane; si potrà forse facilitare la creazione di politiche comuni in  materie quali la difesa e gli esteri. Perché si possa realizzare tutto ciò, però, è necessario che ogni stato ceda una quota significativa della propria sovranità e, quindi, di potere. Noi italiani, ormai, siamo abituati da illo tempore a vivere una condizione di subalternità rispetto a Francia e Germania, che sono libere, o quasi, di condurre le danze in Europa. Non ci spaventa affrontare percorsi e fasi ancora controversi per raggiungere un nobile scopo. Chiediamo, però, classi politiche illuminate e lungimiranti, non solo italiane, ma anche e, soprattutto, europee. Chiediamo che veri e coraggiosi statisti nel proprio stato diventino statisti in Europa, per l’Europa, finalmente Stato. Altrimenti ……..

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